mercoledì 27 febbraio 2013

Quando tutto si fa difficile


  
Si, perché a volte tutto sembra volgere contro di noi, giorni e giorni di preparativi e sacrifici andati letteralmente in fumo a causa di una serie di variabili che ci rendono inermi. L’organizzazione di pescate importanti a lungo termine è, tante volte, l’origine dei nostri insuccessi. In merito a questa conclusione, prendo in esempio una pescata che riflette in pieno il risvolto di questa teoria.
Giunti in piena stagione primaverile, Matteo ed io cominciamo a discutere sul poter organizzare una pescata in autunno in un lago a molti già conosciuto, Viverone. Ferie accordate per la prima settimana di ottobre, inizia la raccolta di informazioni riguardanti le varie zone di pesca e le probabilità maggiori di successo ci vengono date dalle poste intorno a quella del Maresco.  Sperando nel trovare tale posta libera, giunti al fatidico giorno, si parte. A farci compagnia in questa avventura ci sono anche la mia ragazza e altri due amici, unitisi a noi con la voglia di fare un po’ di “wild camping”. Giunti sul lago troviamo la postazione occupata da due carpisti di Cremona ma che fortunatamente stanno smontando, usufruiamo così di questo lasso di tempo per scambiare due chiacchere e fare conoscenza. Subito la situazione non ci viene presentata come le più rosee, pesce praticamente fermo a causa dell’ancora elevata temperatura e dalla scarsità di piogge, tutto ciò contornato dalla elevata pressione di pesca esercitata nel periodo estivo. Un lago così generoso ha concesso loro solo 6 catture in 7 giorni di pesca, tanto che loro stessi ci consigliano di  non calare e puntare più a nord. Fatte le nostre valutazioni decidiamo di tentare, la vista del panorama ci ha oramai ammaliato e nulla può fermare la voglia in un carpista di calare le lenze!

Caliamo la barca (gentilmente concessa dal nostro amico del luogo Roberto Grobbo, al quale va un ringraziamento particolare) ed iniziamo a farci un’idea di come e dove pescare. A un trentina di metri davanti a noi si estende un fitto banco di alghe largo circa 20 metri, con un fondale che degrada moderatamente senza evidenti buche o scalini interessanti. Decidiamo così per la prima notte oramai in avvicinamento di calare le nostre lenze subito oltre il banco di alghe, in attesa poi di poter farci un’idea migliore l’indomani mattina. La sveglia suona e senza catture notturne ci accingiamo a scrutare il fondale con maggiore attenzione, cosa che mi porta a calare ai 300 metri sulla mia sinistra in circa 10 metri d’acqua. All’opposto Matteo cala alla sua destra trovando in direzione della riserva scalini e buche interessanti. Optiamo entrambi per una pasturazione moderata a base di boiles anche di generosa dimensione, costretti dall’incessante attività del pesce di disturbo che, a branchi, oscura letteralmente l’eco! Siamo così definitivamente in pesca, fiduciosi e felici delle nostre scelte.
L’alba del terzo giorno di pesca mi regala uno splendido combattimento con una maestosa specchi caduta su un omino di neve (il mio cavallo di battaglia) 24-20mm alle spezie, ci siamo! Appena rientrati ho giusto il tempo per le foto di rito ed il rilascio, l’altra canna parte un po’ a rilento, saltiamo in barca e portiamo a riva questa volta una meravigliosa tinca di buone dimensioni. Episodio che si ripeterà nell’arco di breve tempo.

Dato che il pesce comincia a muoversi , l’entusiasmo sale ma la delusione arriverà presto sui nostri volti. Passano così altri 2 lunghi giorni senza alcun movimento, periodo nel quale decidiamo di non stravolgere le nostre strategie di pesca e continuare a usufruire degli spot ormai pasturati. Il quinto giorno segna l’apoteosi della sfiga! Cambio di tattica, pasturazione diversa e nuovi spot. Matteo avverte due abboccate nell’arco di 30 minuti; prima partenza saliamo in barca e dopo circa 50 metri il pesce si slama, mentre rientriamo parte l’altra canna in nostra assenza e giunti a riva il pesce non c’è più! Segnalo anche due rapide calate sui segnalatori di Matteo seguite da una ferrata a vuoto. È accaduto l’incredibile, qualcosa ha tranciato di netto la treccia stesa in acqua, cosa da ricollegare sicuramente a gamberi o cozze presenti sul fondale dove essa andava ad adagiarsi.
Con il morale sotto i piedi cominciamo veramente a credere che siamo nel posto sbagliato al momento sbagliato. A risollevare un po’ i nostri animi arriva la visita di un carpista abituale della posta Plein Soleil, il campeggio alla nostra destra, ed è Mimmo, fortunato pescatore che passa 6 mesi l’anno sulle sponde di questo magnifico lago e, secondo me, grande carpista. Egli ci comunica che nonostante le sue proficue zone pasturate concedano ancora qualche pesce, il lago è fermo! Ne segue una lunga chiacchierata e l’origine di una bella amicizia, approfitto dell’articolo per un caloroso saluto a Mimmo, la sua cagnetta Lilly e famiglia!

Torniamo a noi. Dedichiamo così gli ultimi due giorni ad ogni sorta di esperimento, che porta però alla cattura solo di qualche scardola o “scavarda” come le chiamano nel luogo.
Possiamo quindi tirare qualche conclusione al riguardo. Programmando a lungo termine questa pescata siamo stati noi stessi la fonte delle nostre delusioni. L’autunno ha decisamente ritardato il suo ingresso e la notevole mancanza di pioggia ha dato il colpo di grazia al risultato della nostra sessione. L’esperienza mi insegna che i momenti da carpe sono circoscrivibili in una manciata di giorni l’anno, nell’ordine di 30 o 40 al massimo, distribuiti in egual maniera in primavera ed in autunno. Dato che riguarda sicuramente tutte le acque, ma che ha il suo risvolto maggiore nei grandi laghi. È proprio lì che andremo a concentrare le nostre energie, limitandoci nel resto dell’anno a pescate veloci e non di lunga durata.
Tenete le vostre armi ben affilate, batterie cariche, orecchie ed occhi ben attenti! Il profumo della cattura arriverà dalle vostre parti e dovrete essere pronti a coglierlo, canalizzare tutte le vostre energie senza preoccupazioni e lasciarvi andare. Non lasciatevi prendere mai dallo sconforto, per vincere bisogna combattere!
Claudio Baroni


mercoledì 13 febbraio 2013

Inverno tra Gioie e Dolori


Praticare la pesca alla carpa nel periodo invernale non è di certo cosa semplice. La sempre minore attività del pesce, direttamente proporzionale alle basse temperature, rende la cattura ancora più difficile, in stretta relazione anche a dove il carpfishing viene praticato.
 Possiamo dividere per categorie quelli che sono i fattori determinanti nella scelta sia dell’azione di pesca che del luogo:

  •  acqua da affrontare;     
  •  spot all’interno di essa;
  • pasturazione;
  •  tipo di esca e presentazione.



Alla base della sessione di pesca c’è la decisiva scelta del tipo di acqua dove andremo a calare le lenze;

sono senza dubbio da evitare i bacini con scarsa profondità e poco esposti alla luce solare, laghi montani artificiali o naturali e piccole cave sottoposte al rapido calo delle temperature.

Andremo quindi a preferire grandi laghi a bassa quota, con generose profondità (10-15 metri) e zone di acqua bassa, magari protette dal vento ed esposte al sole nelle ore centrali della giornata.




Da non dimenticare sono i fiumi, nostri grandi alleati anche nei periodi più rigidi, ma non sempre pescabili in quanto soggetti all’aumento repentino di portata causato da eventuali grandi piogge o al fenomeno dell’ “acqua di neve”. Questo fenomeno si verifica quando, per via di un momentaneo aumento delle temperature, le nevi presenti sui rilievi che costeggiano il corso d’acqua si sciolgono e, confluendo nel fiume stesso, rendono la sua acqua gelida e il pesce ferma la sua attività.


                           Dopo aver scelto il luogo giusto bisogna individuare lo spot ottimale,
 decisione ancor più fondamentale della precedente


Nei grandi laghi, se si ha la possibilità di utilizzare un ecoscandaglio andremo ad ispezionare, anche in maniera maniacale, la conformazione del fondale riuscendo così ad individuare quelli che sono gli anfratti secondo noi più produttivi, come ad esempio scalini, secche, ostacoli naturali e non.  Durante la ricerca dello spot teniamo un occhio vigile su ciò che ci circonda, potremo così individuare il pesce nelle sue zone di stazionamento, che in questo periodo sono generalmente anche quelle di alimentazione. Andremo così ad insidiare le nostre avversarie “in casa”, senza sprecare tempo e risorse nella pasturazione di ipotetici luoghi di passaggio.

Determinante è anche il fattore meteorologico. Nelle giornate assolate, preferiremo calare nelle zone a bassa profondità dove il pesce si reca per cogliere anche il minimo aumento di temperatura, cercando poi acque più profonde nelle ore notturne. Se la zona di acqua bassa è esposta al vento è comunque da evitare.

La pioggia può radicalmente cambiare le sorti della nostra pescata in quanto porta generalmente un aumento di temperatura e rende ogni  cosa relativamente più semplice.

I fiumi, aumentando in inverno la portata delle loro acque, rendono più complicato l’approccio di pesca, obbligandoci a cercare zone di sbarramento o anse ad acque ferme, riparate dalla corrente e sicura fonte di cibo.


         Per quello che riguarda la pasturazione è assodato che le grandi quantità di esche portano all’insuccesso per via del lento metabolismo della carpa, spinta quindi a ricercare un maggiore apporto nutritivo in una minore quantità di cibo.


Nel caso di una breve sessione di pesca sarà importante concentrare la pasturazione nelle immediate vicinanze dell’innesco componendola di pochissime palline, magari spezzate, create con mix molto nutrienti a base di pesce, rendendola più attraente con farine amalgamate con dip dall’aroma marcato e pellet di vario tipo. Andremo così a creare una zona adatta a suscitare la frenesia alimentare ma sempre non sufficiente a saziare le carpe, portandole così direttamente al nostro innesco.


Quando invece abbiamo la possibilità di passare più tempo in pesca, possiamo anche allargare leggermente la zona di pasturazione mantenendone limitata la quantità. Sempre di rilievo sarà la qualità dell’esca poiché le carpe, trovando giovamento nell’alimentarsene, ne torneranno alla ricerca.



       Ultimo fattore ma non per importanza è sicuramente la tipologia di esca e la sua presentazione.



Tornando a sottolineare l’apatia del pesce  in inverno, andiamo ad evidenziare anche quanto sia svogliato nell’approccio all’alimentazione, cosa che porta a scegliere ovviamente esche di limitate dimensioni; presentazioni  pop-up ben bilanciate sia con pellet da innesco, che a causa delle basse temperature ci permette di rimanere in pesca per un periodo più prolungato, che con esche finte di svariato tipo.

La dinamicità in acqua di ogni innesco galleggiante o comunque criticamente bilanciato, aiuta senza dubbio l’azione del terminale che, in caso di mangiata poco sicura, può determinare il successo nell’abboccata!
Useremo quindi trecciati morbidi o, in caso di acque particolarmente limpide, il fluorocarbon facendo particolare attenzione alla mobilità dell’innesco stesso.
Personalmente preferisco usare boiles ben ammollate, così da creare un’importante impronta attrattiva e inserire una piccola retina in pva riempita di farine di svariato tipo, pellettini e palline tritate, servendo così quella che noi definiamo una vera “chicca” esclamando: “Tu non la mangeresti?” .
C’è un’altra esca molto particolare e che molti non prendono nemmeno in considerazione ed è il semplice bigattino: proteine allo stato puro che apportano un sostanziale beneficio nutrizionale alle nostre amiche baffute e poi parliamoci chiaro, ne vanno veramente ghiotte!

Concludo questo articolo ricordandovi  che ogni appunto elencato è frutto della mia semplice esperienza sul campo, non sono ovviamente solide certezze, ma credo che se vi fiderete dei consigli che vi ho dato ben mescolati ad un buon senso dell’acqua ( leggetevi l’articolo del mio compagno Matteo al riguardo) insito in quasi tutti noi pescatori, una buona dose di fortuna e tanta tanta passione potrete togliervi molte soddisfazioni.
Saluti a tutti e….. in bocca alla big!

Claudio Baroni

lunedì 14 gennaio 2013

Senso dell' Acqua


Sono oramai molti i "professori" carpisti che si possono incontrare sulle sponde dei fiumi e delle cave, pronti a giudicare e voler insegnare la loro teoria. 
Molto spesso sono persone precise nei dettagli, nella preparazione dei terminali, nella pasturazione, ma che tralasciano tutti quei segnali visivi o uditivi che alimentano il senso dell' acqua. Così l' eccessiva convinzione, spesso madre delle delusioni, porta al fallimento o anche ad una serie di fallimenti detti in gergo nostrano "cappotti".



A mio avviso, il primo approccio ad una nuova acqua, deve essere lento e cauto; personalmente, poche volte ho affrontato un nuovo spot con canne e pod ma semplicemente ad accompagnarmi è stata la pazienza, l' occhio e l' udito. 
Specie nelle cave di discrete dimensioni è fondamentale capire da subito le zone di alimentazione e/o stazionamento tradite dalla presenza a galla, nelle calde giornate, delle nostre amiche/avversarie. 


Anche in inverno però, un semplice salto può segnalarci la presenza di anche un solo pesce in attività…ricordo una sessione invernale con il mio amico Ivano molti anni fa in una piccola cava…passammo un intera giornata senza un Bip ad osservare il lago quando verso sera una carpa tradì la sua presenza con una sgallata al centro del bacino…Ivano non esitò a recuperare una canna e rilanciarla proprio nel punto esatto del salto, regalandosi una partenza nel giro di pochi minuti.


Ho visto anche rumeni con una bolognese prendere a galla carpe in una cava in cui il pesce si concentrava tutto nel solito punto, mentre carpisti pescavano in tutt' altra zona giustificandosi col fatto di aver pasturato settimane in quello spot…

Morale della favola gente, ancor prima di munirvi di barca ed eco, boilies ed attrezzatura, tirate fuori pazienza e rizzate le orecchie; in più portate sempre un binocolo e degli occhiali polarizzati…le carpe sono li…pronte a farsi notare…
e prendere!!!


Diodati Matteo


martedì 13 novembre 2012

La Magia delle Cave



“bip….. bip……. Biiiiiiiiiip! CI siamo! 
Le scarpe, devo accendere la lampada...mille pensieri affollano la mia mente al richiamo di quel suono. È calata vicino a dei rami devo sbrigarmi…. Il freddo mi scorre nelle mani ma non me ne preoccupo, c’è!
Non la sento Matteo….. cerca salvezza nelle anse del lago...ora basta! 
Non posso perderla e comincio a forzare…… è grossa! Sento tutta la sua massa che oppone resistenza ma la calma mi è amica. 
È a guadino, vai Matte! 
Ed eccoci qua, con il pesce sul materassino e tutto è sembrato un bellissimo sogno, ma presto il freddo della notte d’autunno ti riporta alla realtà con l’ago della bilancia che segna il tuo record personale, e la cattura di un pesce tanto desiderato….
Facciamo un passo indietro, per cercare di capire la nascita di questa avventura.
Dopo una disastrosa avventura su uno dei grandi laghi del nord, che ci ha visto protagonisti in una bufera con vento a 100 km/h e una tempesta di fulmini epocale, molte notti sono passate in assenza di pescate e la voglia si fa sempre più grande. 
È ormai novembre inoltrato e decidiamo di affrontare una cava a noi familiare nella quale non peschiamo ormai da anni, cercando di portare a guadino esemplari non più catturati.


Il mio socio Matteo si reca sullo spot nel primo pomeriggio e allestisce il campo in attesa del mio arrivo; uscito dal lavoro con la macchina già carica passo da casa per una rapida doccia e mi fiondo sul lago.
Il  tempo di innescare e sono in barca pronto a calare, trovo un tratto di fondale libero e compatto, sgombra dal deposito di alghe…. Bingo! 
Mi piace e calo una pop-up ben ammollata di piccola dimensione e sacchettino con boiles spezzate e pellet al pesce. 


Siamo in pesca e l’ora di cena arriva insieme alla visita di un nostro compagno di pesca; davanti ad un bel fuocherello consumiamo una bella cenetta a base di tonno e fagioli. 
A nanna…… 
Il resto lo sapete già, ma non voglio trascurare un piccolo particolare ma non per questo poco importante!
Dopo il combattimento e le poche foto di rito, sono stati necessari 45 minuti di riossigenazione per dare tranquillamente la libertà al pesce, nonostante avessimo adottato tutte le precauzioni necessarie nel maneggiare un pesce così grosso…..


Per concludere e non essere retorico, torno a dire che maneggiare una big non è cosa semplice come possa sembrare, e sono necessarie mille attenzioni per la salvaguardia di un miracolo della natura, quale è una carpa di quelle dimensioni.
Ogni  carpa è frutto di sacrificio e degna di rispetto, grande o piccola che sia e ricordatevi che….. il carpfishing, è semplicemente pesca! 

Claudio Baroni

mercoledì 16 maggio 2012

Grandi cave


Di recente, con il mio socio, ho affrontato una cava di grosse dimensioni e colgo come a mio solito l' occasione per una bella riflessione riguardo gli aspetti tecnici e pratici da attuare. 

Si tratta di una cava artificiale risalente probabilmente alla fine degli anni 50, le sue dimensioni non sono ragguardevoli ma parliamo comunque sia di uno dei più grandi bacini formatisi in seguito a scavi estrattivi di tutta la toscana.

Le sponde si presentano per la quasi globalità a picco e sono pochi i bassi fondali piatti e lineari; ciò complica o facilita, a seconda dei punti di vista, l' azione di pesca dato che le acque raggiungono rapidamente profondità considrevoli fino ai 10 metri. 


I sotto riva sono poi particolarmente zeppi di legnaie e alberi sommersi, dove le carpe si insediano come da sempre ormai ed è sicuramente qui che andremo a cercarle rischiando sempre tanto.

A complicare le cose un fattore importante: la pressione di pesca; da anni ormai, la cava è presa d' assalto da decine e decine di carpisti che occupano le sue sponde ogni fine settimana e spesso anche per settimane intere, disturbando il pesce e la sua attività; ci tengo a precisare che a mio pare sono pochi coloro che affrontano la cava con serietà e buona tecnica, dato che ho avuto l' occasione di assistere a dei veri e propri "rave party" che sono perdurati per tutta la nottata di pesca con musica a volume impressionante e pazzi drogati in giro per le sponde ( poi si dicono "carpisti" ); ovvio l' esito delle nottate: cappotti a go-go.

Considerevole anche il via vai di barchini e belly boat dei praticanti dello spinning, i quali rispetto a pieno data la mia passione anche per questa tecnica ma che inevitabilmente reca stress al pesce.


Passiamo al dunque: siamo andati alla cava un giovedì, prima della nostra sessione, per raccogliere informazioni da ragazzi in pesca e per scegliere la postazione più opportuna; la fortuna ci assiste dato che troviamo subito la zona di stazionamento delle carpe le quali in gran numero affollano le acque vicine a un grande albero sommerso ma siamo ancora più fortunati a scoprire che la postazione di fronte a queste zone è libera e decidiamo perciò di partire alle 6 l' indomani per prenderla prima di qualcun'altro.

Fantastico, sono le 7 di venerdì mattina e, a parte un inconveniente con l' auto che si è fermata per fortuna a pochi metri della postazione, siamo contenti: nessuno ci ha anticipati, la postazione è libera.

Si parte, montata l' attrezzatura il gioco è semplice dato che la destinazione delle nostre lenze e sulla sponda opposta a circa 180 metri dove alcune carpe tradiscono già la loro presenza.

Per quanto riguarda le esche e la pasturazione abbiamo optato per le granaglie escludendo quasi completamente l' uso di boilies che a nostro avviso sono svantaggiose da utilizzare in posti super pressati dove ne hanno viste di tutti i diametri, gusti, colori e qualità.

Ci siamo così affidati a canapa e tigernuts con una leggera aromatizzazione alle erbe (rosmarino, salvia, menta, timo, aglio e pepe) ovviamente tutto al naturale con inneschi rigorosamente piccoli composti da doppia tiger bilanciata con cilindri di sughero all' interno.

Riguardo ai terminali, rigorosamente corti di circa 15 centimetri per garantire una allamata immediata, collegati ad una zavorra a perdere di circa 200 grammi, bloccata con una fascetta in gomma per garantire la trazione della treccia a lunga distanza e contrastare la forza del vento.


La durata della sessione è stata di circa 48 ore in cui abbiamo avuto 3 partenze riuscendo però a portare a riva un solo pesce; non è facile fare molte partenze in questo tipo di acque e se non scegliamo gli spot giusti affrontandoli con la giusta tecnica è facile tornare a casa con giorni di cappotto sulle spalle.

Diodati Matteo

mercoledì 21 marzo 2012

La pesca in ambienti "XS"

Chi di voi non ha mai calato le proprie lenze in piccoli bacini, piccole cave di estrazione o semplici cisterne per l' irrigazione?


Proprio dopo una sessione di pesca con il mio socio in un ambiente di questo genere, mi sento propenso ad una importante riflessione sui nostri comportamenti di fronte a questo tipo di acque.
Voglio innanzitutto sfatare il detto o il pensiero: posti "xs" = carpe "xs"; non dobbiamo scordare che un ecosistema anche seppur piccolo ma completo può portare le carpe ad una crescita considerevole. 
I primari fattori per la crescita della carpa anche in ambienti micro, sono infatti :
  1. - quantità di cibo in rapporto alle bocche da sfamare;
  2. - il DNA del pesce;
  3. - presenza di predatori che limitano la sovrappopolazione;
Per quanto riguarda il fattore primo, come sappiamo, la quantità di cibo dipende dalla qualità dell' acqua e dalla tipologia del fondale; saranno queste due componenti a contribuire alla nascita della vita in acqua e con ciò intendo tipi di piante, alghe e di conseguenza diverse specie di invertebrati di cui si nutrono le carpe.
Il DNA purtroppo non possiamo scegliercelo e qui occorre un po' di fortuna; speriamo che le carpe appartengano ad un buon "ceppo" per la crescita ( per fare un esempio le classiche carpe comuni di fiume raggiungono a fatica pesi importanti ).
Per quanto riguarda i predatori, essi sono fondamentali per mantenere un numero costante di pesce ed evitare sovrappopolamento nell' ambiente in oggetto.


Ma torniamo a noi, come affrontare queste tipologie di ambienti?
Considerando le dimensioni ridotte, sarà semplice intuire la facilità con cui le nostre amiche possono insospettirsi a causa di rumori (voci, barche, automobili) e vibrazioni del terreno (spostamenti sulle rive).
In base a questi fattori andremo a ricercare tutte le accortezze del caso considerando poi che ci saranno altre situazioni di pesca in cui involontariamente il pesce verrà spaventato:
  1. - in caso di cattura;
  2. - in caso di pasturazione pesante;
  3. - in caso di troppe lenze in acqua;

Sarà difficile che dopo una partenza le carpe tornino immediatamente a mangiare; in molti casi passano ore anche tenendo le lenze a diversi metri di distanza l' una dall' altra. Sarà poi opportuno evitare di pasturare pesantemente con tecniche rumorose (rocket, fionda con palle di pastura, ecc.) ed optare per metodi "soft" come ad esempio una piccola fionda o un sacchetto in PVA. Personalmente poi ho notato con il susseguirsi delle mie esperienze, una netta diminuzione di attività da parte del pesce causata dalle troppe lenze in acqua, le quali, a mio parere, vengono intercettate dalle carpe; ciò succede spesso in piccoli ambienti popolati da poche ma grandi e furbe carpe le quali ci fanno attendere invano notti intere.


Per concludere vi riassumo i pochi ma validi consigli per questo tipo di ambienti:
  1. - solo 2 canne in pesca (non né servono di più credetemi);
  2. - pesca marginale e senza barca (sotto i vostri piedi con meno filo possibile in acqua);
  3. - utilizzo dei tendilenza o dei fili allentati;
  4. - poca pasturazione mirata, periodica e poco rumorosa;
  5. - attesa in grande silenzio; 
  6. - possibilmente pescate sempre dal tramonto all' alba.
In bocca alla big!!!


Matteo Diodati

mercoledì 14 marzo 2012

Carpfishing: semplicemente pesca!

Carpfishing vuol dire ormai grandi orizzonti lontani e pesci enormi, trascurando sempre di più il fatto che ogni pesce o specchio d’acqua ha un suo valore ed il suo fascino.
La “corsa alla big” , così ho rinominato questo fenomeno, ci allontana da quei posti così vicini a noi che quasi non notiamo, ma che sanno regalarci emozioni forti quanto inaspettate.
In merito a ciò voglio narrarvi in brevi parole, una sessione di pesca di poche ore, rivelatasi per me un grande successo.
Il nostro fiume, a carattere torrentizio, è contraddistinto da grandi rasai alternati a buche profonde che ospitano quasi sempre esemplari di medie e buone dimensioni; è proprio in uno di questi posti che, senza pasturazione preventiva ma con un’azione di pesca mirata, con l’esca giusta e un po’ di fortuna, ho fatto una delle più belle catture del mio ultimo periodo di pesca!
Non voglio fare il profeta di chissà quale verità, ma ricordiamoci ragazzi che il carpfishing….. è semplicemente pesca!


Claudio Baroni